sabato 24 febbraio 2018

Il libro del mese – “Le coccinelle non hanno paura” di Stefano Corbetta

E sai perché non hanno paura? Perché sono belle, bellissime. E sanno di esserlo. Nessuno ucciderebbe una coccinella”. Teo – il protagonista del bellissimo romanzo di esordio di Stefano Corbetta “Le coccinelle non hanno paura” (Editore Morellini) - non può fare a meno di condividere queste parole, pronunciate da un ragazzino appassionato come lui di fotografia, incontrato casualmente in un parco. E l'idea che la coccinella, grazie alla sua bellezza, possa salvarsi dalla mano minacciosa di chiunque, mi riporta a uno dei temi fondamentali che ho colto in questo romanzo, ovvero che solo sviluppando una propria forza, una propria ricchezza interiore si può andare avanti inseguendo determinati obiettivi e cercando di sconfiggere ogni timore, soprattutto la paura della morte, nella ricerca dell'eternità.
Teo ha una grande passione per la fotografia, sviluppata sin da quando era piccolo e andava in giro osservando e riprendendo ogni angolo della casa da differenti visuali. Questa passione nasconde un segreto, una capacità particolare che rimane per lungo tempo celata agli altri, ovvero la possibilità per Teo di catturare immagini con gli occhi, di inquadrare una scena e immortalarla con il semplice movimento di una palpebra, per poi conservarla, perfettamente intatta, nella propria memoria sensoriale, che si trasforma in un immenso archivio.


È un dono che per Teo si rivela ben presto molto simile a una maledizione, che lo porta a vedere “la muta condanna di tutte le cose”, l'evoluzione successiva, sino alla morte, di qualsiasi essere vivente lui riprenda. E ciò lo spinge a non fotografare mai persone o animali, ma soltanto elementi inanimati e paesaggi.
Teo ha scoperto da poche settimane di avere un tumore al cervello: l'assenza di sintomi ha portato ad un accertamento tardivo, per cui il cancro si è talmente diffuso da non essere più operabile. E a quel punto decide che vi può essere un solo modo per affrontare il poco tempo che gli è rimasto da vivere, ovvero “trattare la faccenda nello stesso modo in cui scatta fotografie: osserva la luce, fa clic e non pensa a nient'altro che non sia la foto successiva”. In questo, dimostra, quindi, una ostinata determinazione nel volere procedere linearmente lungo una traiettoria che non ammette deviazioni, come se stesse giocando una partita a scacchi in cui le strategie si susseguono regolarmente senza discutere, allontanando da sé ogni forma di compatimento.
In questo suo percorso gli unici che possono stargli vicino e assecondare la sua volontà sono i suoi migliori amici, Luca ed Elena, che si conosciuti e innamorati proprio grazie a lui e adesso aspettano un figlio. Soltanto loro sono a conoscenza del reale stato di salute di Teo, ma non riescono ad arrendersi all'idea che il loro amico a breve dovrà abbandonarli.
Eppure qualsiasi strategia, qualunque traiettoria non può non conoscere una deviazione improvvisa che distoglie l'attenzione dal percorso già delineato. E questa deviazione è rappresentata da una persona che Teo non ha mai conosciuto e che non potrà più conoscere, la zia di Elena, Grazia, che, durante il viaggio intrapreso per raggiungere la nipote, viene coinvolta in un incidente mortale. Un evento luttuoso che sconvolge la vita di Teo che “si chiede cosa stia facendo lì a svuotare la casa di una donna che non ha mai conosciuto, tra il pieno e il vuoto di quelle mura a fare lo stesso lavoro che un giorno qualcun altro farà a casa sua”.
A questo punto, il racconto diviene un gioco a incastro, in cui si compongono differenti destini e le vite presenti e passate finiscono per intersecarsi le une con le altre, mentre Teo si sforza di trovare un filo conduttore. Elemento scatenante di questa ricerca è una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Grazia assieme a un uomo misterioso, una foto contenuta in una cartellina, intestata a un certo Signor P., con alcuni fogli dattiloscritti che Teo ritrova tra le cose di Grazia temporaneamente depositate a casa sua.


L'autore, partendo da questo elemento, ha costruito un solido intreccio narrativo, basato su una scrittura nel complesso immediata e lineare, ma che riserva diverse pagine dense di una poeticità a tratti malinconica, senza mai essere banale o scadere nel patetico, capace di suscitare immagini che si fissano nella mente nitide come fotografie. Corbetta indaga a fondo le sensazioni di Teo nel suo percorso che costituisce l'ultima fase di un'esistenza che non ha fatto in tempo a godere pienamente, in cui cerca di procedere senza sbandare, fuggendo sempre un attimo prima dalla tentazione di cedere alla disperazione e di lasciarsi andare al suicidio.
Nell'intreccio all'improvviso si materializza Arianna, una giovane psicologa temporaneamente impiegata in un negozio in cui Teo si ritrova ad acquistare cinque t-shirt nere, e a cui il romanzo riserva uno spazio speciale, con pagine narrate in prima persona, quasi un diario. Si rivedono pochi giorni dopo l'acquisto, quando Arianna gli restituisce la cartellina del misterioso Signor P. che lui aveva distrattamente dimenticato sul bancone. È, quindi, il caso, o il destino, a farli incontrare di nuovo. E Teo non può evitare di essere conquistato da lei, dalla sua semplicità, dal suo entusiasmo, dalla capacità di percepire i mondi che si celano dietro le parole e di dire sempre qualcosa in grado di destare sorpresa.
La storia tra i due inizia pian piano a farsi strada, delicatamente, tra scambi di vedute sull'arte della fotografia e ricordi lontani di foto in bianco e nero, tra sorrisi e rimpianti. E Teo, inizialmente timoroso di legarsi a lei per il troppo poco tempo che le potrebbe dare, vince le sue resistenze, allarga l'orizzonte della sua consapevolezza e comprende che non può buttar via gli ultimi istanti della sua esistenza. È la malattia a fargli vedere, a un certo punto, le cose con occhi diversi, ma anche l'incontro con il Signor P., ovvero Primo Guerrieri, della cui storia, trascritta in quei fogli, inizia ad appassionarsi, coinvolgendo anche Arianna: il viaggio intrapreso anni prima in un santuario toscano, l'incontro con Grazia, il mistero attorno al diario di un bambino coinvolto nei bombardamenti tedeschi, al termine del secondo conflitto mondiale, presso la Linea Gotica, che tanto sconvolge Primo. Storie racchiuse le une nelle altre come scatole cinesi.
Il Signor P. era stato vinto dagli eventi e dalla propria mente. Teo si sente così simile a quell'uomo da pensare che in fondo anche la sua vita finirà così, senza capirci niente e senza poter reagire, sospeso tra il mondo reale e un soffocato desiderio di rivalsa”. E Teo, reagendo a questo pensiero, quasi per chiudere il cerchio in cui si muovono tutte queste storie, pur nella consapevolezza che la sua forza fisica è ormai esaurita per il repentino progredire della malattia, di quella maligna massa tumorale che si estende sempre di più, non si arrende e va alla ricerca del Signor P.
Dopo aver terminato il romanzo, non posso fare a meno di pensare a quello che mi ha lasciato Teo, uno di quei personaggi di cui si sente la mancanza dopo aver chiuso il libro: il suo desiderio di fuggire da quelle immagini di muta condanna, la sua voglia di eternità, che insegue fotografando il cielo e lasciando in un foglio scritto parole destinate ai suoi cari, e quella sottile speranza, rappresentata da una coccinella che si muove lenta sulla superficie di un finestrino.



domenica 11 febbraio 2018

Un giallo metropolitano tra conflitti sociali e incomunicabilità

Alcune settimane fa ho avuto di modo di rileggere un romanzo dello scrittore Raffaele Crovi cui mi ero già dedicato circa venti anni prima, intitolato "L'indagine di Via Rapallo". Un giallo, quindi, finalista al Premio Strega nell'edizione del 1997, la cui rilettura, oltre a riportarmi indietro nel tempo all'estate dopo la maturità, mi ha svelato e fatto riscoprire nuovi aspetti.
L'indagine si concentra essenzialmente intorno alla morte di uno scrittore, Orio Zaniboni, in apparenza caduto accidentalmente da un balcone. A valutare se si sia trattato di un incidente o di un omicidio viene inviato il vice ispettore Gino Pompei, che si finge cugino del defunto, incaricato di effettuare un inventario dei beni che dovranno formare oggetto di una eredità dello scrittore in favore di un'università.


Pompei, esperto di idraulica, approfitta di tali doti per girare tra gli appartamenti degli otto piani del condominio di Via Rapallo in cui il presunto incidente (o omicidio) è avvenuto. E tra un rubinetto che perde, tubature da riparare e termosifoni che scaldano poco, cerca di scoprire nuovi elementi chiacchierando con gli abitanti di quel palazzo, tra cui spiccano diversi personaggi ambigui e bizzarri.
L'indagine mette in luce una realtà piena di conflitti sociali e di disagio, con condomini che dialogano poco tra di loro e non conoscono quasi nulla l'uno degli altri, vivendo realtà parallele che difficilmente sembrano intersecarsi, se non quando si tratta di lasciarsi andare a ripicche e rivalse.
Tutto ciò accade in una metropoli, Milano, in cui "la solitudine, la mancanza di dialogo familiare e comunitario, genera in molti il cancro della depressione, che suggerisce il corteggiamento della morte".
Il vice ispettore, nel suo peregrinare tra un appartamento e l'altro, incontra, quindi, molteplici personaggi che sembrano abitare pianeti distanti: gli Allegretti, padre e figlio, ladri gentiluomini e forse più sinceri di tanti finti perbenisti; il giovane Felice, ben presto orfano di entrambi i genitori e privo di altri legami di parentela (la nonna, unica familiare, è morta da poco), preso dai suoi studi e avvolto da un alone di mistero assieme alla sua amica Alice; la portinaia Sonia, che sfrutta il sesso e le gravidanze come strategia di sopravvivenza, per sfuggire a una condanna a seguito dell'omicidio del marito; l'infido amministratore.


"In un palazzo urbano non c'è dialogo: c'è l'incontro casuale per le scale o in ascensore che può diventare scontro di avare parole; non ci sono discorsi, ci sono silenzi, invettive o delazioni". E gli inquilini si svelano anche nel loro rapporto con il defunto, quello scrittore impiccione che amava indagare e intromettersi nelle vite altrui, per rinvenire materiale narrativo per un nuovo romanzo sui conflitti urbani oppure, come molti sostengono, con un intento moralizzatore.
L'autore adotta uno stile assai sobrio, quasi cronachistico, e a tratti ironico, nel suo mostrare i resoconti degli incontri quotidiani del vice ispettore. E non manca, forse, qualche stereotipo nella costruzione di alcuni personaggi e di talune vicende.
In particolare, nel romanzo viene introdotta la figura del professore trentenne, Sergio Conti, che rivela di essere omosessuale e viene descritto, secondo un canone di frequente utilizzato in narrativa, come impeccabile amante dell'ordine, un uomo solo, infelice, inquieto, pieno di sensi di colpa, soprattutto dopo il suicidio dei genitori. E per il suo "atteggiamento eccessivamente morbido", uno stereotipo che risente di pregiudizi diffusi ancora oggi, il professore viene respinto dal giovane deejay, Luigi Neirotti, presso cui si era recato per farsi prestare alcuni dischi.
Il Neirotti, descritto come il classico deejay rinchiuso in un suo mondo di musiche, discoteche, luci colorate, riceve, come gli altri, la visita del vice ispettore che, in qualche modo, si convince che il ragazzo sia omosessuale, salvo poi ricredersi (il Neirotti ha un flirt con un'altra ragazza che abita nel palazzo) e toglierlo dalla "lista degli ambigui e, quindi, dei sospettabili". E, a questo punto, non si può fare a meno di chiedersi perchè mai, secondo l'autore, un omosessuale, in quanto tale, debba essere automaticamente incluso nella lista dei sospettati per un omicidio.
Il finale, in ogni caso, non presenta particolari soprese o colpi di scena nella scoperta del colpevole, per cui il romanzo, più che come giallo, è interessante in quanto propone, pur con i limiti sopra evidenziati, un'analisi sociologica con un'indagine dei conflitti e delle ambiguità che caratterizzano quei numerosi microcosmi quotidiani tra loro non comunicanti che si collocano nella realtà metropolitana.



domenica 28 gennaio 2018

Il libro del mese – "I tre volti di Ecate" di Vito Santoro

Una statua rappresentante la dea Ecate, mitologica figura con le sembianze di tre donne unite per la schiena (una giovane, una adulta e una anziana) e con il compito di accompagnare gli uomini ancora in vita nel regno dei morti, è l'elemento centrale di un interessante romanzo noir di Vito Santoro, intitolato appunto "I tre volti di Ecate" (Edizioni Spartaco). Si tratta di una statua di grande valore, attorno a cui si snodano inevitabilmente le vicende dei protagonisti che, per desiderio di possesso o semplice casualità, si ritrovano a contatto con essa.
La vicenda ha, dunque, inizio con Alberto e Dario, due ragazzi che, per guadagnare qualcosa, spesso si fanno coinvolgere in lavoretti non proprio legali e che sono stati inviati da Messala, proprietario alberghiero dedito a loschi affari, nella villa del Conte Balsamo per rubare la preziosa statua. Tutto sembra andare per il meglio: l'antifurto disattivato, la porta della sala dove è conservata la statua agevolmente scassinata. A un certo punto accade l'imprevisto: un uomo che sembra comparso dal nulla e che non sarebbe dovuto essere lì, interviene puntando una pistola contro Dario, ma viene colpito a morte da Alberto, che nel frattempo si era nascosto. Tale imprevisto è simile alla tessera di un domino che, cadendo, travolge tutte le altre diffondendo presagi di morte: infatti, subito dopo quanto accaduto nella villa, ha inizio una girandola di fughe e inseguimenti alla ricerca della statua, che passa di mano in mano lasciando dietro di sé una scia di cadaveri.


Il romanzo si distingue per la sua scrittura precisa e lineare, con un stile privo di ridondanze, ma ricco di interessanti sfumature, con una particolare attenzione alla scelta dei termini, specialmente nella descrizione dei luoghi in cui si dipana l'intreccio narrativo.
Attenta è anche la costruzione dei personaggi per i quali la linea di separazione tra bene e male, come si dirà dopo, non è mai così netta. Alberto e Dario sono due giovani che cercano di affrontare un'esistenza vissuta in un ambiente popolare: molto legati tra loro, ma completamente diversi, l'uno più riflessivo, attento e leale, l'altro più istintivo e incapace di star lontano dai guai, tentano di sbarcare il lunario come possono, anche se ciò significa infrangere la legge, e guardano con disprezzo i ragazzi più ricchi e viziati che non hanno mai dovuto faticare per ottenere qualcosa.
I ragazzi cercano di cavarsi di impaccio rivolgendosi a un loro amico, Mario Sforza, definito "il mercenario" e con un passato poco chiaro. Sforza è in realtà un uomo di grande umanità, che ha perso tragicamente i propri cari e che non esita a intervenire in favore di chi è in difficoltà. Molto affezionato ai due giovani, tenta in ogni modo di salvarli da quella che sembra una condanna a morte già scritta e di contrastare chiunque cerchi di far loro del male.


Il commissario Nebbio, colui che dovrebbe indagare sul furto e sull'omicidio avvenuto nella villa, è in realtà un poliziotto corrotto, l'intermediario tra il misterioso personaggio che ha commissionato il furto e Messala che ha, invece, avuto il compito di organizzare la rapina. E Nebbio, considerato l'evolversi degli eventi, non esita a intimare a Messala di recuperare la statua e di eliminare qualsiasi testimone, inclusi Alberto e Dario. Nebbio è un uomo spietato che uccide semplicemente per il gusto di farlo e che esprime chiaramente la sua concezione di bene e male: "Voi e la vostra visione incantata della vita. Mi chiedevo come fosse possibile filtrare la realtà in questo modo, ma poi ho capito che la vostra è solo cecità. Il male, il bene. Qual è il significato del bene se non si conosce il suo opposto? Male e bene sono un'unica cosa, l'uno ha bisogno dell'altro.".
Questa commistione tra bene e male sembra trapelare in molti aspetti della vicenda, rivestendo di una certa ambiguità alcuni personaggi. Come Messala, che nella sua attività non esita a intraprendere azioni illecite, ma poi, recuperata in qualche modo la statua, fugge via non solo per evitare di affrontare i propri nemici, ma per inseguire un desiderio passato, una storia d'amore che avrebbe potuto, ma non ha mai avuto un seguito. O come il Conte Balsamo che ambisce a riavere la sua amata e preziosa statua, mantenendo un alone di mistero sui veri motivi che lo legano a tale oggetto.
"I tre volti di Ecate" è, dunque, un romanzo avvincente, ma nello stesso tempo pieno di intriganti spunti di riflessione. Sullo sfondo l'ambita e ambigua statua, un oggetto che crea un misterioso turbamento in chi la osserva attentamente, come se riuscisse a captare il fatale messaggio di cui la dea si faceva portatrice nell'antichità. Quel destino ineluttabile verso cui ognuno viene condotto.


sabato 13 gennaio 2018

Itinerari – Travolgenti musiche di inizio anno

Il Capodanno, come da tradizione, si contraddistingue per il concerto viennese con musiche della famiglia Strauss, trasmesso dalle emittenti di almeno quaranta paesi. Ma devo ammettere che anche la mia Potenza in ambito musicale riesce a non sfigurare.
Il primo dell'anno, come di consueto (siamo giunti alla trentunesima edizione), l’Ateneo Musica Basilicata ha organizzato, presso l’Auditorium del Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza, il Gran Concerto di Capodanno da cui prende avvio la Stagione concertistica 2018.
Le musiche sono state eseguite quest'anno dalla Lugansk Philarmonic Orchestra, diretta dal Maestro Yastskiv Nazarii. L’Orchestra nacque nell’estate del 1945 nella città di Lugansk, definita la porta orientale dell’Ucraina e con buone tradizioni culturali. La creazione di un'orchestra sinfonica fu dettata dalla volontà di conservazione e sviluppo dell'arte musicale classica.
L'Orchestra tenne il suo primo concerto a novembre del 1945 sotto la direzione del direttore S. Ratner e in breve ha raggiunto il successo collaborando con importanti musicisti del nostro tempo, che poi hanno preso parte a vari concerti.
Numerosi e di alto livello i brani in scaletta: dalle travolgenti musiche di Strauss (Kaiservalzer, Voci di Primavera, Il pipistrello, Sangue Viennese) all’eleganza di Tchaikovsky con lo Schiaccianoci e il Lago dei Cigni, passando da Bizet, Brahms, Verdi, per concludere con l’inconfondibile e irresistibile Can Can di Offenbach. Ovviamente non poteva mancare il bis con la Marcia di Radetzky che immancabilmente suscita l'entusiasmo della platea. È stato, dunque, un ottimo avvio per il nuovo anno.


Di seguito riporto i video tratti da Youtube delle opere eseguite con alcune notizie.

1) G. Bizet – Suite Carmen

Opéra-comique in quattro atti, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. È tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée (1845), ma con modifiche salienti tra cui l'introduzione dei personaggi di Escamillo e Micaela, e il carattere di Don José, che nel romanzo viene descritto come un bandito rozzo e brutale. Bizet stesso collaborò al libretto, scrivendo anche le parole della celebre habanera L'amour est un oiseau rebelle.
La sua prima rappresentazione avvenne all'Opéra-Comique di Parigi il 3 marzo 1875. Inizialmente l'opera non ebbe grande successo, così che Bizet, morto tre mesi dopo la prima rappresentazione, non poté vederne la fortuna.


2) J. Strauss – Elien a Magyar op. 332

Si tratta di una polka composta da Johann Strauss II ed eseguita per la prima volta a Budapest nel marzo del 1869. L'opera fu dedicata alla Nazione ungherese.


3) J. Strauss – Kaiser-Walzer

Kaiser-Walzer (Valzer dell'Imperatore) è un valzer di Johann Strauss (figlio). Nell'autunno del 1889 Johann Strauss si esibì in 5 concerti in occasione della nuova apertura della sala da concerti Konigsbau a Berlino. Prima che il compositore partisse per la Germania, la stampa viennese diede l'annuncio che Strauss avrebbe presentato al suo editore di Berlino un nuovo valzer, dal titolo Mano nella Mano. Quel titolo faceva riferimento ai festeggiamenti che si erano svolti nell'agosto 1889 in occasione della visita dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria all'imperatore di Germania Guglielmo II per rafforzare ancor di più i rapporti fra i due Imperi.
L'editore Fritz Simrock suggerì a Strauss che Kaiser-Walzer si sarebbe potuto dimostrare un titolo più adatto per l'opera: in questo modo il valzer sarebbe stato apparentemente dedicato ad entrambi i monarchi e in questo modo la vanità di entrambi sarebbe stata appagata. Fu così, con questo titolo, che questo valzer ebbe la sua prima esecuzione a Berlino il 21 ottobre 1889.


4) J. Brahms – Danza Ungherese n. 1

Le Danze ungheresi per pianoforte a quattro mani sono state scritte da Johannes Brahms agli inizi della sua carriera musicale (1852). Fu il padre, suonatore di contrabbasso, a insegnarli i primi rudimenti musicali e del proprio strumento.
Il giovane Johannes si ritrovò, poi, per guadagnarsi da vivere, a suonare con piccoli complessi che si esibivano nel porto della città natale. E tale esperienza fu la fonte delle sue prime ispirazioni etnomusicali. In particolare grande influenza ebbe il violinista ungherese Eduard Réményi compositore di musiche zigane. 
Nel 1852, il diciannovenne musicista, iniziò la composizione delle danze ungheresi per puro diletto. Il lavoro continuò sino al 1869 quando a Bonn l'editore Simrock pubblicò i primi due quaderni (senza numero d'opus) che raccoglievano le prime dieci composizioni. Queste ebbero in tutta Europa un notevole successo e furono immediato oggetto delle più svariate trascrizioni. Fritz Simrock decise allora di pubblicare nel 1880 a Berlino il terzo ed il quarto quaderno che composti rispettivamente di sei e cinque danze esaurivano la serie.


5) J. Strauss - Auf der Jagd op. 373

Auf der Jagd! (A caccia!) op. 373, è una polka veloce di Johann Strauss II. 
Solitamente, le danze che Johann Strauss arrangiava dai motivi delle sue operette avevano dei titoli che erano connessi, in qualche modo, con il tema dell'operetta dalla quale erano ispirate. Frequentemente sulla prima edizione per piano della composizione erano riportati sulla copertina disegni o stampe di scene e personaggi presenti nell'opera. 
Non fu così per la polka veloce Auf der Jagd, ispirata alle melodie dell'operetta di Strauss Cagliostro in Wien (Cagliostro a Vienna) che è incentrata sulle gesta del famigerato imbroglione Cagliostro mentre si trova a Vienna durante i festeggiamenti per il centenario dalla cacciata dei turchi dalla città (il tema della caccia non è per niente rintracciabile all'interno dell'operetta). La prima esecuzione del brano si ebbe nell'autunno del 1875, diretta da Eduard Strauss con l'orchestra di famiglia, presso i Volksgarten di Vienna il 5 ottobre 1875.



6) P. I. Tchaikovsky – Musiche dallo Schiaccianoci

Lo schiaccianoci è un balletto con musiche di Pëtr Il'ič Čajkovskij, il quale seguì minuziosamente le indicazioni del coreografo Marius Petipa e, in seguito, quelle del suo successore Lev Ivanov. Il balletto fu commissionato dal direttore dei Teatri Imperiali Russi, Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, e la storia deriva dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A. Hoffmann (1816).
Il balletto è una tra le più popolari composizioni della tradizione russa. Le musiche appartengono, infatti, alla tradizione romantica con brani memorabili. Il Trepak, o Danza russa, è una delle parti più riconoscibili del balletto, insieme al famoso Valzer dei fiori, come pure la Danza della Fata Confetto. Il balletto contiene in modo sorprendente armonie e colori orchestrali del tutto moderni, nonché una strabiliante ricchezza di melodie.


7)  J. Strauss – Voci di Primavera

Valzer di Johann Strauss (figlio). Nell'inverno del 1882-83 il compositore fu invitato a comporre un valzer vocale per il celebre soprano austriaco Bianca Bianchi (il cui vero nome era Bertha Schwarz), al tempo un acclamato membro del Teatro dell'opera reale di Vienna.
Il valzer fu eseguito per la prima volta al Theater an der Wien il 1º marzo 1883 ad un concerto di beneficenza per la fondazione degli indigenti dell'Impero austro-ungarico fondata dall'imperatore Francesco Giuseppe e dall'imperatrice Elisabetta. 
Strauss, dopo il successo che aveva ottenuto con i suoi valzer corali, fu felice di scrivere un brano per sola voce e il librettista Richard Genée, che aveva già collaborato con il compositore nell'operetta Eine Nacht in Venedig (Una notte a Venezia) del 1883, scrisse anche il testo per il nuovo valzer. 
Successivamente il valzer venne arrangiato da Johann in versione solamente orchestrale e fu eseguito in questa forma, oggi celeberrima, da Eduard Strauss durante uno dei suoi concerti al Musikverein nel 1883.


8) J. Strauss – Il pipistrello
Il pipistrello è la più celebre operetta di Johann Strauss, su libretto di Karl Haffner e Richard Genée da Le Réveillon di Henri Meilhac e Ludovic Halévy. 
Venuto a conoscenza di una commedia francese di grande successo di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, intitolata "Le Réveillon", il co-direttore del Theater an der Wien, Max Steiner, acquistò i diritti del lavoro e incaricò il drammaturgo Karl Haffner di fare una traduzione in tedesco. Haffner, affrontò grandi difficoltà per adattare al gusto e alla comprensione del pubblico viennese un lavoro di stampo marcatamente francese, e prevedibilmente il suo tentativo venne giudicato inadatto. Una soluzione al problema venne proposta dall'agente teatrale Gustav Lewy che convinse Steiner a modificare il lavoro di Haffner per estrarne il libretto di un'operetta da presentare al suo vecchio compagno di scuola, Johann Strauss. Il compito di creare il libretto fu affidato al direttore d'orchestra del Theater an der Wien, il librettista e compositore Richard Genée. 
Strauss fu subito affascinato dal Doktor Fledermaus, questo era il titolo originariamente pensato per il libretto di Genée, e si mise al lavoro subito. Lavorando in stretta collaborazione con il suo librettista Johann completò la maggior parte della partitura musicale in soli 42 giorni. 
Il debutto per Die Fledermaus, titolo che alla fine venne scelto per l'operetta, si svolse il giorno di Pasqua, il 5 aprile 1874 (una domenica). Poiché secondo le leggi austriache in quel giorno potevano essere consentiti soltanto spettacoli di beneficenza, i proventi della serata inaugurale andarono alla "Fondazione per la Promozione della Piccola Industria" patrocinata dall'imperatore d'Austria. 


9) P. I. Tchaikovsky – Il lago dei cigni

Il lago dei cigni è uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX secolo, musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij. La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro Bol'šoj di Mosca il 20 febbraio 1877, con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger. 
Il libretto di Vladimir Petrovic Begičev, direttore dei teatri imperiali di Mosca insieme al ballerino Vasil Fedorovič Geltzer, è basato su un'antica fiaba tedesca, Il velo rubato, seguendo il racconto di Jophann Karl August Musäus. 
Primo dei tre balletti di Čajkovskij, fu composto tra il 1875 e il 1876. Viene rappresentato in quattro atti e quattro scene (soprattutto fuori dalla Russia e nell'Europa orientale) o in tre atti e quattro scene (in Russia e Europa occidentale). Sebbene esistano molte versioni diverse del balletto, la maggior parte delle compagnie di danza basa l'allestimento, sia dal punto di vista coreografico che musicale, sul revival di Marius Petipa e Lev Ivanov per il Balletto Imperiale, presentato la prima volta il 15 gennaio 1895 (data come sopra) al Teatro Imperiale Mariinskij a San Pietroburgo, Russia. 
In occasione di questo revival, la musica di Čajkovskij venne rivisitata dal maestro di cappella dei Teatri Imperiali, Riccardo Drigo.


10) J. Strauss – Sangue Viennese

Sangue Viennese è un valzer di Johann Strauss (figlio).  Il 20 aprile 1873, l'arciduchessa Gisella d'Asburgo-Lorena (1856-1932), la maggiore dei figli dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe e di Elisabetta di Baviera, si sposò con il principe Leopoldo di Baviera (1846-1930) a Vienna. Per celebrare l'evento vi furono numerose iniziative e feste, fra cui un ballo di corte all'Hofburg e un festival al Prater ai quali parteciparono i membri della nobiltà e i maggiori rappresentanti della città di Vienna. 
Da parte sua, il Teatro dell'opera reale di Vienna annunciò per il 22 aprile 1873 un Ballo dell'opera di corte, i cui proventi sarebbero stati destinati per le future pensioni dei membri del teatro. Vennero, quindi, ingaggiati l'orchestra Strauss e il loro direttore, Eduard Strauss, affinché si esibissero durante il ballo.


11) G. Verdi – Il Nabucco

Nabucco (il titolo originale completo è Nabucodonosor) è la terza opera lirica di Giuseppe Verdi e quella che ne decretò il successo. Composta su libretto di Temistocle Solera, Nabucco fece il suo debutto con successo il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano alla presenza di Gaetano Donizetti. Ha aperto le stagioni operistiche del Teatro alla Scala nel 1946, 1966, 1986.
È stata spesso letta come l'opera più risorgimentale di Verdi, poiché gli spettatori italiani dell'epoca potevano riconoscere la loro condizione politica in quella degli ebrei soggetti al dominio babilonese. Questa interpretazione, però, fu il risultato di una lettura storiografica retroattiva, che volle, alla luce degli avvenimenti storici occorsi, sottolineare l'attività artistica del compositore in senso risorgimentale. La lettura fu incentrata soprattutto sul famosissimo coro "Va, pensiero, sull'ali dorate", intonato dal popolo ebraico, ma il resto del dramma è invece incentrato sulle figure drammatiche dei Sovrani di Babilonia Nabucodonosor II e della sua presunta figlia Abigaille.


12) F. Von Suppé – Cavalleria leggera
L'opera "Cavalleria Leggera" (Leichte Kavallerie), su libretto di Carl Costa, vene eseguita per la prima volta nel 1866 al Carltheater di Vienna. Fu vittima della censura asburgica, poiché il tema principale era la satira militare: il lavoro venne cancellato dai programmi dei teatri dopo poche rappresentazioni. Bisogna infatti ricordare che l'operetta debuttò proprio nel 1866, l'anno della disastrosa sconfitta austriaca di Sadowa, nel contesto della guerra Austro-Prussiana.


13) J. Strauss – Tritsch – Tratsch Polka op. 24
Tritsch-Tratsch Polka (Polca del chiacchiericcio) è una polka veloce di Johann Strauss (figlio). Fu un successo sensazionale e il Wiener Allgemeine Theaterzeitung, nella sua edizione del 27 novembre 1858, scrisse: "L'enorme successo della Tritsch-Tratsch-Polka di Johann Strauss, che è stata ricevuta con gli applausi più tempestosi, verrà pubblicata nei prossimi giorni da Carl Haslinger. Non si vedeva una composizione di tale freschezza, divertente e piccante strumentazione da anni."


14) J. Offenbach – Can Can
Si tratta del più celebre Can Can, ovvero quello del Galop Infernal che il compositore Jacques Offenbach scrisse per l'operetta Orfeo all'inferno del 1858.



I buoni propositi letterari di inizio anno

Il 2018 è ormai entrato nel vivo, dopo il fatidico scoccare della mezzanotte, e per questo nuovo anno i miei unici, anche se numerosi, buoni propositi riguarderanno il settore "libresco". Certo, qualcuno potrebbe dirmi, parafrasando il famoso proverbio, che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, ma sicuramente male non mi farà iniziare a pensare ai libri che vorrei leggere e agli argomenti da approfondire per questo blog nei mesi che seguiranno. Prime idee: classici russi, letteratura americana contemporanea, vincitori del mio amato "Premio Strega" e qualche saggio. Intanto, ripropongo la scaletta delle rubriche del blog, rivisitata rispetto al precedente post:
  1. Il libro del mese: recensioni mensili dei romanzi letti: aspetti salienti della trama, caratteristiche dei personaggi, stile di scrittura, aspetti particolari della narrazione e, soprattutto, emozioni suscitate in me dalla lettura, cercando di comprendere il messaggio dell'autore. Vi saranno due sezioni speciali dedicate ai Classici e ai Premi Strega ("Gli Stregati");
  2. Novità letterarie: una vetrina in cui dare spazio a libri di recente pubblicazione (editi negli ultimi 12 mesi), soprattutto di giovani autori, La struttura delle recensioni è simile a quella di cui al punto 1);
  3. Ritratti di autori: sezione dedicata ad alcuni scrittori del passato (anche recente), in particolare autori poco conosciuti o dimenticati. Un'analisi biografica e di alcune loro opere;
  4. Scorci poetici: uno sguardo al mondo della poesia: analisi di brani scelti o di opere particolari;
  5. Temi letterari: in questo spazio cercherò di discutere di tematiche e personaggi di opere letterarie, anche attraverso il confronto tra vari autori;
  6. Racconti in un dipinto: i miei pittori preferiti e i loro dipinti, racconti ed emozioni;
  7. Il fantastico mondo dei libri: un ciclo di post dedicati a vari aspetti del mondo letterario ("cos'è la letteratura"; "la realtà delle librerie"; "i premi letterari"; "il piacere della lettura"; "il romanzo di consumo", etc);
  8. L'angolo storico: fatti, aneddoti, ricorrenze e protagonisti della Storia, con brevi cenni al presente, da svilupparsi in queste sotto rubriche:
    - dalla storia all'attualità;
    - romanzi storici
    - saggi e biografie
    - focus civiltà antiche;
  9. Miti e dintorni: curiosità intorno a personaggi, miti e leggende della cultura di vari Paesi;
  10. Filosoficamente: spunti di riflessione sui principali temi filosofici, curiosità sui protagonisti e sulle loro idee, romanzi filosofici;
  11. Intercultura: post dedicati ad argomenti interdisciplinari o di cultura generale;
  12. Itinerari: viaggi in località artistiche, visite a mostre e musei, concerti.

lunedì 18 dicembre 2017

Il libro del mese – "Mia madre è un fiume" di Donatella Di Pietrantonio

"Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent'anni tagliò i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici.
Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d'estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della sua supplenza, sono il suo scriba.".
"Mia madre è un fiume", l'esordio del 2011 della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, è un romanzo di forte impatto emotivo, il racconto di un rapporto tra madre e figlia, denso di suggestioni poetiche, sospeso tra i timori di un futuro incerto, segnato dalla malattia della madre, e le malinconie e i rimpianti di un passato da ricostruire nella memoria.


Il loro è un amore che "è andato storto, da subito", un rapporto che ha attraversato diverse fasi, con una madre sempre dedita al sacrificio, che non è riuscita a trovare il tempo o forse non ha avuto la volontà di stare vicino alla sua bambina; una figlia che trasforma il desiderio di cercare sua madre, di stringersi al suo "odore di contadina giovane e sana", in un rifiuto ribelle, specialmente quando la madre inizia a divenire più autoritaria e opprimente, in preda a un ansioso bisogno di controllo.
La figlia, ormai diventata adulta, avrebbe voluto affrontarla, fare i conti con il passato, ma la madre le sfugge, scivola via in una malattia tremenda, un'atrofia cerebrale che le consuma pian piano il cervello, i ricordi, le capacità, la propria identità, la vita stessa. E adesso tocca alla figlia assisterla e soprattutto raccontarle ogni giorno di quel passato che sembra fuggire via, aiutarla a ricostruire un'identità che si sta man mano sfaldando.
Il racconto non si basa, quindi, su di un impianto narrativo classico, ma è un flusso di pensieri e ricordi che va avanti e indietro nel tempo e che non può che partire dal principio: "Ti chiami Esperia Viola, detta Esperina. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue, in una casa al confine tra i comuni di Colledara e Tossicia".
Il romanzo è privo di qualsiasi discorso diretto, di dialoghi propriamente detti. È la figlia che parla, in un monologo continuo che ci restituisce le parole e le sensazioni di sua madre, facendole emergere da una mente quasi smarrita, che fa fatica a orientarsi nello spazio e nel tempo.
Lo stile della Di Pietrantonio è sobrio, privo di manierismi, incisivo, ma capace, comunque, di rappresentare efficacemente la realtà contadina abruzzese, tra immagini poetiche e musicali di uno scenario naturale unico, un linguaggio particolare che ripesca numerosi termini dal dialetto, descrizioni, a volte brutali e crudeli, di una vita di campagna faticosa, stremante, a volte frustrante.


Il racconto della figlia ricostruisce luoghi, episodi, personaggi che hanno fatto da sfondo alla vita di sua madre e poi alla sua: i genitori di Esperina, con il padre Fioravante, che inizialmente riesce a vedere le sue figlie solo durante le licenze di guerra, il suo carattere autoritario, il desiderio di portarsi avanti nella conquista della modernità, di far studiare le sue bambine, mandandole a scuola e comprando loro libri, emancipandole dall'analfabetismo. E poi il rapporto tra Esperina e le sorelle, fatto di complicità e dispetti; le lunghe passeggiate nei boschi per arrivare a scuola; l'amore con Cesare suo cugino; i matrimoni, i riti, le credenze; la faticosa vita di campagna, l'emigrazione, la lunga lontananza da casa dei maschi della famiglia per cercare lavoro in Germania; le angherie dei padroni verso i mezzadri. Un patrimonio vitale di ricordi e suggestioni nello scenario di una natura vivida, rigogliosa, ma spesso crudele verso i contadini che cercano faticosamente la loro indipendenza economica.
La figlia si rivolge direttamente alla madre quando rievoca il passato, cercando di ricostruirlo rinsaldandone i ricordi. Ma poi parla di Esperina in terza persona quando, timorosa e angosciata, ne analizza la malattia: "Mi guardo intorno con gli occhi di mia madre. La casa diventa estranea ostile. Nasconde, fa i dispetti, non è sicura. La abita una forza maligna che crea disordine e le comanda cose strane.". È combattuta tra un'ostilità che ancora affiora, un odio per un rapporto fatto di contrasti mai risolti e non più affrontabili, e la paura di perderla e di osservarla mentre si smarrisce nella nebbia che le avvolge la mente; tra il timore che anche il suo futuro possa essere segnato dalla stessa malattia e i sensi di colpa per la sua incapacità di darle ciò di cui ha bisogno: "Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale. La colpa è vuota. È il vuoto delle mie omissioni. Ometto l'amore, le mani. La cura di cui più ha bisogno, lascio che le manchi.".
"Mia madre è fiume" è, quindi, un romanzo bellissimo, che mi colpisce per la profonda capacità di analizzare il rapporto tra le due donne senza trascendere in una artificiosa pateticità o nell'affettazione, con uno sguardo che a volte può apparire cinico, duro, ma da cui emergono sensazioni autentiche, pur se dolorose e destabilizzanti.


mercoledì 6 dicembre 2017

Novità letterarie – "Un'invincibile estate" di Filippo Nicosia

"Se mi avessero chiesto di nascere non so cosa avrei risposto, figuriamoci se mi avessero chiesto dove. Qui sulla nave sento che appartengo a questo posto e a questo mare e che pure l'appartenenza non vuol dire assoluta fedeltà, cieca sudditanza". Questa frase pronunciata da Diego, protagonista del bel romanzo di Filippo Nicosia "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), è una toccante riflessione che mi colpisce particolarmente: è espressione della libertà di sentirsi parte di un luogo, ma nel contempo di non avvertirne un legame indissolubile, una trappola che impedisce di realizzare sogni e aspirazioni.
E il tentativo di conquistare tale libertà può essere considerato come il filo conduttore di questo romanzo, che si svolge in un quartiere messinese in cui "per fare amicizia con qualcuno dovevi far parte di una banda e dovevi sapere picchiare". Dunque, una ricerca di libertà quale obiettivo che i protagonisti cercano di realizzare lungo un percorso irto di difficoltà e ostacoli, spesso interiori.


In questo percorso Diego cerca, anzitutto, di ricostruire i pezzi del suo passato, la storia della sua vita e delle persone che ne fanno parte. Tutto sembra avere inizio con la scoperta di una fotografia, in cui, ancora bambino, è ritratto insieme a un altro ragazzo. Una foto che è solo in apparenza una semplice istantanea, ma che ha un "prima", una famiglia come tante altre immersa nella sua ordinaria quotidianità, e un "dopo", il dolore e l'allontanamento.
Il romanzo si apre con la morte di Salvatore, quel padre con cui Diego ha vissuto da solo dall'età di tre anni, dopo che la madre è morta per un tumore. Ma lui non è l'unico figlio, c'è anche un altro fratello, Giovanni, attorno a cui sembra aleggiare un alone di mistero e di omertà, anche da parte degli altri parenti. Suo padre si è limitato in tutti quegli anni a sostenere, mentendo, di aver allontanato Giovanni per il bene di Diego, perché "ricchiuni" e pedofilo. Tuttavia, Diego sente che la verità è un'altra.
Diego ha solo quindici anni la prima volta in cui ritrova nel portafoglio di suo padre quella foto che lo ritrae insieme a Giovanni. Su quella foto è annotato un indirizzo di Roma e lui non esita a recarsi lì per conoscere suo fratello, salvo ricevere, poi, un secco rifiuto e un invito a ritornare a casa. Ritroverà quella foto durante i preparativi per i funerali di Salvatore e a quel punto sarà Giovanni a ritornare a Messina e a ricomparire dopo la cerimonia.
"Un'invincibile estate" è un romanzo che scorre veloce, un po' come quelle giornate estive che si susseguono rapide tra le pagine di un calendario in cui "è difficile far scandire il tempo ai giorni", dotato di uno stile limpido e sobrio, di un linguaggio curato, ma che nello stesso tempo cerca di rendere con efficacia l'immediatezza e la spontaneità dei protagonisti, con i loro dialoghi rapidi e incisivi e con la descrizione dei luoghi di Messina, che viene rappresentata in tutte le sue bellezze e contraddizioni.


Diego, alla ricerca del suo posto nel mondo, ci cattura con le sue riflessioni acute, su svariati temi: "Forse lo studio non era per me, o non era per me la letteratura, o certa letteratura, o forse l'università, o non era per me il servilismo: così, a vent'anni, è troppo presto, ci devi essere portato a stare supino anche se è da giovani che si vede il talento ... La morte di qualcuno è una sconfitta atroce, una vergogna. Io mi vergogno che qualcuno sia morto per il mio bene, mi fa venire voglia di urlare, e invece la gente si riempie la bocca di Falcone e Impastato. Non basta chiamare i figli con il loro nome o intitolargli strade, bisognerebbe vergognarsi, sentirsi un po' responsabili della loro morte.".
Colpisce la determinazione di Diego nel voler rimanere coerente con i propri ideali e valori, la voglia di mettere a frutto, a costo di sacrifici, la sua passione per la cucina. E soprattutto il legame con un padre che lo ha cresciuto da solo, un affetto contrastato dal ricordo di un uomo che, quando era ubriaco, non esitava a essere violento e manesco, il tentativo di difenderne la memoria con l'arrivo del fratello Giovanni, inizialmente considerato un intruso, i dubbi su una verità che fatica a venire a galla.
Diego cerca di apprendere questa verità dal fratello, un ragazzo fragile, che sembra fuggire di fronte agli ostacoli, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto tra i due ragazzi sembra attraversare fasi alterne, tra il duro scontro iniziale, il rifiuto, i tentativi di avvicinamento, in cui Diego cerca di ricostruire i ricordi di sua madre, scomparsa troppo presto. E poi ulteriori contrasti, quando Giovanni si invaghisce di Ester, la migliore amica di Diego, da cui aspetterà poi un figlio. Scontri che hanno sempre sullo sfondo il ricordo ingombrante del padre con cui i ragazzi devono fare i conti ogni volta, ponendosi a confronto e rinfacciandosi reciprocamente di essere uguali o peggiori di lui.
Un aspetto del carattere di Diego che emerge nel corso del romanzo è una certa resistenza al cambiamento: "Non credo troppo ai cambiamenti, mi sembra sempre che siano illusori". Una resistenza che nasconde la paura di affrontare il cambiamento stesso, come si evince dal dialogo con Martina, una ragazza con la quale ha da poco iniziato una storia:
" - E cosa mi metto a fare, qui ho un lavoro e mio fratello e la mia amica che aspetta un figlio e sento che hanno bisogno di me, e poi c'è il mare.
- Ma anche lì puoi trovarne, di amici e lavori.
- Non lo so perché, capisci, è come se una volta di là non potessi più tornare indietro.
- E perché?
- Perché di là ci sono più opportunità e la vita è facile; lì potrei essere normale e mi potrebbe piacere".
Diego appare, dunque, in preda a un contrasto interno: da un lato, la volontà di conquistare quella libertà che la sua ragazza Martina e il suo amico Lillo, lo chef del ristorante dove lavora, sembrano volergli offrire, il desiderio di percorrere quel tratto di tre chilometri che separa la Sicilia e la Calabria persino a nuoto; dall'altro, la paura dei pericoli in cui potrebbe incorrere lungo quel tratto, il senso di sicurezza e di appartenenza che lo fa sentire avvinghiato al luogo natio, pur con le sue miserie e i suoi limiti.
"Un'invincibile estate" è, dunque, per me più di un romanzo di formazione, è il racconto di una conquista, del raggiungimento della consapevolezza di sé e delle proprie capacità, l'idea che non vi è un legame indissolubile con il contesto di origine, perché si può andare o tornare, ma in fondo siamo (o dovremmo essere) tutti liberi.