mercoledì 6 dicembre 2017

Novità letterarie – "Un'invincibile estate" di Filippo Nicosia

"Se mi avessero chiesto di nascere non so cosa avrei risposto, figuriamoci se mi avessero chiesto dove. Qui sulla nave sento che appartengo a questo posto e a questo mare e che pure l'appartenenza non vuol dire assoluta fedeltà, cieca sudditanza". Questa frase pronunciata da Diego, protagonista del bel romanzo di Filippo Nicosia "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), è una toccante riflessione che mi colpisce particolarmente: è espressione della libertà di sentirsi parte di un luogo, ma nel contempo di non avvertirne un legame indissolubile, una trappola che impedisce di realizzare sogni e aspirazioni.
E il tentativo di conquistare tale libertà può essere considerato come il filo conduttore di questo romanzo, che si svolge in un quartiere messinese in cui "per fare amicizia con qualcuno dovevi far parte di una banda e dovevi sapere picchiare". Dunque, una ricerca di libertà quale obiettivo che i protagonisti cercano di realizzare lungo un percorso irto di difficoltà e ostacoli, spesso interiori.


In questo percorso Diego cerca, anzitutto, di ricostruire i pezzi del suo passato, la storia della sua vita e delle persone che ne fanno parte. Tutto sembra avere inizio con la scoperta di una fotografia, in cui, ancora bambino, è ritratto insieme a un altro ragazzo. Una foto che è solo in apparenza una semplice istantanea, ma che ha un "prima", una famiglia come tante altre immersa nella sua ordinaria quotidianità, e un "dopo", il dolore e l'allontanamento.
Il romanzo si apre con la morte di Salvatore, quel padre con cui Diego ha vissuto da solo dall'età di tre anni, dopo che la madre è morta per un tumore. Ma lui non è l'unico figlio, c'è anche un altro fratello, Giovanni, attorno a cui sembra aleggiare un alone di mistero e di omertà, anche da parte degli altri parenti. Suo padre si è limitato in tutti quegli anni a sostenere, mentendo, di aver allontanato Giovanni per il bene di Diego, perché "ricchiuni" e pedofilo. Tuttavia, Diego sente che la verità è un'altra.
Diego ha solo quindici anni la prima volta in cui ritrova nel portafoglio di suo padre quella foto che lo ritrae insieme a Giovanni. Su quella foto è annotato un indirizzo di Roma e lui non esita a recarsi lì per conoscere suo fratello, salvo ricevere, poi, un secco rifiuto e un invito a ritornare a casa. Ritroverà quella foto durante i preparativi per i funerali di Salvatore e a quel punto sarà Giovanni a ritornare a Messina e a ricomparire dopo la cerimonia.
"Un'invincibile estate" è un romanzo che scorre veloce, un po' come quelle giornate estive che si susseguono rapide tra le pagine di un calendario in cui "è difficile far scandire il tempo ai giorni", dotato di uno stile limpido e sobrio, di un linguaggio curato, ma che nello stesso tempo cerca di rendere con efficacia l'immediatezza e la spontaneità dei protagonisti, con i loro dialoghi rapidi e incisivi e con la descrizione dei luoghi di Messina, che viene rappresentata in tutte le sue bellezze e contraddizioni.


Diego, alla ricerca del suo posto nel mondo, ci cattura con le sue riflessioni acute, su svariati temi: "Forse lo studio non era per me, o non era per me la letteratura, o certa letteratura, o forse l'università, o non era per me il servilismo: così, a vent'anni, è troppo presto, ci devi essere portato a stare supino anche se è da giovani che si vede il talento ... La morte di qualcuno è una sconfitta atroce, una vergogna. Io mi vergogno che qualcuno sia morto per il mio bene, mi fa venire voglia di urlare, e invece la gente si riempie la bocca di Falcone e Impastato. Non basta chiamare i figli con il loro nome o intitolargli strade, bisognerebbe vergognarsi, sentirsi un po' responsabili della loro morte.".
Colpisce la determinazione di Diego nel voler rimanere coerente con i propri ideali e valori, la voglia di mettere a frutto, a costo di sacrifici, la sua passione per la cucina. E soprattutto il legame con un padre che lo ha cresciuto da solo, un affetto contrastato dal ricordo di un uomo che, quando era ubriaco, non esitava a essere violento e manesco, il tentativo di difenderne la memoria con l'arrivo del fratello Giovanni, inizialmente considerato un intruso, i dubbi su una verità che fatica a venire a galla.
Diego cerca di apprendere questa verità dal fratello, un ragazzo fragile, che sembra fuggire di fronte agli ostacoli, incapace di assumersi le proprie responsabilità. Il rapporto tra i due ragazzi sembra attraversare fasi alterne, tra il duro scontro iniziale, il rifiuto, i tentativi di avvicinamento, in cui Diego cerca di ricostruire i ricordi di sua madre, scomparsa troppo presto. E poi ulteriori contrasti, quando Giovanni si invaghisce di Ester, la migliore amica di Diego, da cui aspetterà poi un figlio. Scontri che hanno sempre sullo sfondo il ricordo ingombrante del padre con cui i ragazzi devono fare i conti ogni volta, ponendosi a confronto e rinfacciandosi reciprocamente di essere uguali o peggiori di lui.
Un aspetto del carattere di Diego che emerge nel corso del romanzo è una certa resistenza al cambiamento: "Non credo troppo ai cambiamenti, mi sembra sempre che siano illusori". Una resistenza che nasconde la paura di affrontare il cambiamento stesso, come si evince dal dialogo con Martina, una ragazza con la quale ha da poco iniziato una storia:
" - E cosa mi metto a fare, qui ho un lavoro e mio fratello e la mia amica che aspetta un figlio e sento che hanno bisogno di me, e poi c'è il mare.
- Ma anche lì puoi trovarne, di amici e lavori.
- Non lo so perché, capisci, è come se una volta di là non potessi più tornare indietro.
- E perché?
- Perché di là ci sono più opportunità e la vita è facile; lì potrei essere normale e mi potrebbe piacere".
Diego appare, dunque, in preda a un contrasto interno: da un lato, la volontà di conquistare quella libertà che la sua ragazza Martina e il suo amico Lillo, lo chef del ristorante dove lavora, sembrano volergli offrire, il desiderio di percorrere quel tratto di tre chilometri che separa la Sicilia e la Calabria persino a nuoto; dall'altro, la paura dei pericoli in cui potrebbe incorrere lungo quel tratto, il senso di sicurezza e di appartenenza che lo fa sentire avvinghiato al luogo natio, pur con le sue miserie e i suoi limiti.
"Un'invincibile estate" è, dunque, per me più di un romanzo di formazione, è il racconto di una conquista, del raggiungimento della consapevolezza di sé e delle proprie capacità, l'idea che non vi è un legame indissolubile con il contesto di origine, perché si può andare o tornare, ma in fondo siamo (o dovremmo essere) tutti liberi.

domenica 29 ottobre 2017

Il libro del mese – "Le nonne": tre racconti di Doris Lessing

Doris Lessing può certamente essere considerata una delle più grandi scrittrici contemporanee nell'ambito del panorama letterario internazionale. Nata in Iran (allora Persia) nel 1919, si trasferì ben presto in Zimbabwe dove trascorse gran parte della sua giovinezza per poi stabilirsi nel 1950 a Londra, dove morì nel 2013. Scrisse numerosi romanzi e racconti mostrando una notevole ricchezza di temi e di stile e affrontando argomenti divenuti poi centrali nel dibattito pubblico: il rapporto della donna con la società, la famiglia e la politica; le condizioni sociali degli africani nelle colonie e le ingiustizie del sistema politico.
Nel 2007 le fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: "Cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa".
Ricordo ancora un programma televisivo di alcuni anni fa in cui lo scrittore Aldo Busi parlò con passione di Doris Lessing, instillando in me il desiderio di avvicinarmi a questa scrittrice e avventurarmi nel suo ricco mondo letterario. Tuttavia, solo di recente ho iniziato tale percorso di lettura con una raccolta di tre racconti: "Le nonne"; "Victoria e gli Staveney"; "Il figlio dell'amore".


In questi racconti Doris Lessing conferma le sue doti di acuta indagatrice della realtà sociale nei suoi aspetti più controversi (l'amore quasi al limite dell'incesto o dell'ossessione, il razzismo, la guerra), abile nel costruire con incisività i suoi personaggi e nell'esaltarne sapientemente la personalità, analizzandone a fondo sentimenti, sogni, obiettivi, delusioni e frustrazioni.
I tre racconti, nella traduzione di Monica Pareschi, Elena Dal Pra e Francesco Francis, si presentano con uno stile particolare, una narrazione avvolgente e scorrevole, che segue le vicende dei protagonisti con un ritmo quasi serrato e un incalzare di domande non prive di una certa ironia con cui la Lessing, sembra interrogarsi sui destini delle sue creature: "Toccava a lei parlare. Ma era proprio obbligata?"; "Ma non stava diventando troppo grande per sentirsi dire che era una brava bambina? Aveva quasi 14 anni.". Il linguaggio sobrio, frasi brevi e concise, descrizioni attente, ma che non indulgono eccessivamente nei dettagli, sono gli altri elementi che si possono dedurre da una seppur parziale analisi stilistica.
I racconti presentano alcuni elementi comuni: un incontro, che in qualche modo sembra incidere profondamente sul destino dei protagonisti, e la rinuncia, con la necessità, a un certo punto della vicenda, di interrompere un legame affettivo, cui non sempre segue la rassegnazione da parte delle persone coinvolte.
In “Le nonne”, l'incontro che segna la vita di tutti i personaggi avviene tra Roz e Lil, due bambine che "cominciarono la scuola lo stesso giorno, la stessa ora, si presero le misure a vicenda e diventarono amiche del cuore". Le due amiche sono talmente inseparabili e affiatate che il loro rapporto diviene quasi simbiotico anche dopo i rispettivi matrimoni, le nascite dei figli e delle nipoti. Infatti, l’atmosfera apparentemente briosa con cui si apre il racconto ci mostra l’arrivo di una vera e propria famiglia allargata composta da Roz e Lil, dai rispettivi figli Tom e Ian e dalle loro bambine. Un'atmosfera che sembra essere incrinata dall’arrivo della moglie di Tom, Mary che mostra di aver scoperto uno sconvolgente segreto.
E così la storia di Roz e Lil viene svelata nel dettaglio. Il loro stretto rapporto diviene la causa della fine del matrimonio di Roz (Lil nel frattempo è rimasta vedova) e si evolve fino a diventare quasi una barriera da cui escludere ogni elemento estraneo, al punto che le due donne finiscono per innamorarsi l’una del figlio dell’altra. Queste relazioni si protraggono per anni, pur nella consapevolezza da parte di Roz e Lil che c’è qualcosa di sbagliato in ciò che stanno facendo, mentre Tom e Ian sono completamente persi nel loro amore.
A un certo punto la barriera che circonda le vite dei quattro protagonisti viene incrinata dall'arrivo di Hannah e Mary che si innamorano di Ian e Tom. Dunque, le relazioni, anche se con dolore, devono essere troncate. Così reagisce Lil: “A queste parole lei cominciò a ridere, una risata fiacca, difensiva. Stava pensando agli anni passati con Tom, a guardarlo trasformarsi da un ragazzo bellissimo in un uomo, a vedere gli anni che lo reclamavano, sapendo che doveva finire, era lei che avrebbe dovuto finirla … lei e anche Roz … ma era così difficile”. Una decisione difficile che i due ragazzi accettano con un diverso atteggiamento, Tom con rassegnazione e Ian con rabbia.
Sono relazioni che si vorrebbe seppellire, lasciare nel passato. Eppure, Mary, che poco tollera il ruolo predominante che le due donne hanno nella vita di Tom e Ian, scopre il segreto tenuto nascosto per anni e la sua reazione è di rabbia.


Nel secondo racconto, "Victoria e gli Staveney" si narra la storia di Victoria, una ragazza di colore senza genitori, che vive con una zia malata. L'incontro che incide profondamente sulla sua vita avviene nel momento in cui si imbatte in una famiglia benestante, gli Staveney, che accolgono Victoria un giorno in cui la zia è in ospedale. La piccola rimane turbata dalla vastità degli ambienti della casa in cui si trova, oltre che dall'estrema gentilezza del figlio maggiore, Edward, che più che da veri sentimenti di empatia, sembra essere spinto dall'amore per le buone cause e da un atteggiamento molto “politicamente corretto”.
Victoria cresce avendo sempre in mente il nostalgico ricordo di Edward e della sua casa, in un certo senso idealizzati nella sua fantasia. Nel frattempo deve affrontare le vicissitudini della sua vita, cercando di darsi da fare per sfuggire all'ombra che sembra gravare sulla sua testa, almeno secondo la comune opinione sulle ragazze di colore a quell'epoca: "Ma non voleva risvegliare in Victoria il sangue cattivo che di sicuro le scorreva nelle vene, tanto il diavolo se ne sta comunque lì appostato in attesa di intrappolare le donne, sotto sorrisi e lusinghe".
E le lusinghe arrivano da Thomas, secondogenito degli Staveney, con cui Victoria ha una figlia, nascondendogli, però, la gravidanza.
Victoria è un personaggio certamente positivo, dotato di buoni sentimenti e grande forza di volontà, descritto come "una giovane donna cauta ed educata, che camminava come avesse paura di occupare troppo spazio". E lei stessa comprende come questa sua cautela l'abbia resa inerme e succube del suo destino. I problemi economici, il matrimonio con il buon Sam – raro esempio di padre che cerca di essere presente nella vita dei suoi figli, ma che muore dopo averle dato un altro figlio - la inducono a incontrare gli Staveney e a rivelare loro che la sua bambina è figlia di Thomas: “Victoria aveva la sensazione di essere stata una creatura inerme, sballottata da una parte all’altra dai colpi di fortuna, senza rendersi conto di cosa stava succedendo o perché. Ma adesso non era inerme, e finalmente era presente a se stessa. Cosa voleva? Solo che gli Staveney sapessero di Mary; e poi … be’ poi si sarebbe visto”. E il momento della rinuncia arriva anche per Victoria, quando si trova a comprendere che il vero bene di sua figlia Mary è quello di rimanere con gli Staveney lontano da lei.

L’ultimo e più complesso racconto si intitola “Il figlio dell’amore”. È la storia di James, ragazzo sensibile e romantico, la cui vita viene profondamente segnata da due incontri, oltre che dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che fa da tremendo scenario a questa storia.
Il primo incontro avviene con il coetaneo Donald, ragazzo affabile, sveglio e pronto a combattere contro ogni idea sbagliata, forse più desideroso di circondarsi di adepti che incline all'amicizia con James. Tuttavia, Donald gli apre nuove prospettive di pensiero facendolo uscire dall’austerità e dalla ristretta mentalità della sua famiglia. James inizia così ad appassionarsi alla letteratura, soprattutto alla poesia e a incontrare personalità brillanti: “James pensò: "È andata avanti così per tutta la mia infanzia e non me ne ero mai accorto". E così adesso era anche il dolore che provava per entrambi ad allontanarlo da casa, tanto quanto la seduzione di quel mondo nuovo, tutto politica e letteratura. Donald gli prestava dei libri, che lui leggeva come se la letteratura fosse nutrimento e lui stesse morendo di fame. I libri erano impilati sul tavolo dell'ingresso. Ne portava uno nella sua stanza per leggerlo, poi lo rimetteva al suo posto e ne sceglieva un altro.”.
L’arrivo della guerra catapulta i due giovani in ambienti ben lontani dalle loro passioni letterarie e dai loro convegni. La vita militare si mostra in tutta la sua spietatezza, contornata da molteplici contraddizioni: duri allenamenti, lunghe esercitazioni, uno stremante viaggio in mare per condurre in India migliaia di giovani pronti a entrare in azione, con lunghe e frustranti attese che sembrano mostrare tutta l’inutilità del loro lavoro di addestramento.
Durante il viaggio, in occasione della sosta a Cape Town in Sudafrica, per James avviene un secondo importante incontro, questa volta con Daphne, una giovane donna che assieme agli altri abitanti della città sta organizzando quanto necessario per accogliere i militari sbarcati e stremati dal lungo tragitto percorso a bordo di una nave instabile, con poca acqua a disposizione.
James è assai malridotto, ma nel momento in cui incontra Daphne ha come una visione, se ne innamora perdutamente, non riuscendo più a distogliere la mente da lei.
Daphne mostra, fin dalla prima scena in cui compare, una certa frustrazione, desiderando profondamente un figlio, un desiderio che non può essere soddisfatto almeno finché suo marito Joe non rientrerà dalla guerra. È, comunque, una donna decisa e determinata che, una volta arrivata a Cape Town, ha messo da parte la sua aria da timida inglesina divenendo una perfetta padrona di casa. Inizialmente restia, la donna si lascia andare alla passione con James. La sensazione che prova, tuttavia, è quella di vivere in un'altra realtà, un sogno o forse un incubo, consapevole che James dovrà risalire su quella nave e lei dovrà tornare da suo marito, nel mondo reale.
James mostra tutto il suo romanticismo idealizzato (la Lessing descrive con una certa ironia le lettere d'amore da lui scritte), un sogno d'amore che, una volta ripartito, diviene una vera ossessione, soprattutto quando avrà fondati motivi per ritenere che lei sia rimasta incinta. Nel corso degli anni cercherà in tutti i modi di rimettersi in contatto con Daphne e di rivedere suo figlio anche dopo essersi sposato con Helen con cui conduce una vita esemplare. Tuttavia, i suoi tentativi non avranno alcun esito.
I tre racconti di Doris Lessing sono, dunque, tre storie molto coinvolgenti, percorse da una frustrazione e da un’amarezza di fondo, con personaggi che si muovono sulla scena cercando di far emergere la propria determinazione, tentando di non essere inermi, ma di combattere per i propri sogni, sentimenti, affetti, per, poi, doversi arrendere di fronte all’ineluttabile evolversi delle vicende umane, a un destino che nega a certi desideri la possibilità di compiersi.



mercoledì 25 ottobre 2017

Itinerari – L’assalto dei Saraceni

Pochi giorni fa questa fotografia ha di nuovo attirato la mia attenzione facendo riemergere dagli "anfratti" della mia mente altri ricordi di questa estate. È una foto scattata durante una breve gita al mare, in una località pugliese denominata Praia a Mare.
Ci eravamo fermati lì, prima di dirigerci in montagna, per trascorrere qualche ora di caldo riposo, stesi su un asciugamano, lontani dal traffico e dallo stress, circondati soltanto dalle voci dei bagnanti, con i bambini che si rincorrevano e si tuffavano in mare e le mamme che li richiamavano perché era già ora di pranzo. A un certo punto mi sollevai dall’asciugamano, dando le spalle alla distesa marina, e volsi il mio sguardo all’orizzonte, catturato da una bellissima costruzione, la Torre di Fiuzzi, che si ergeva lì vicino, in prossimità della spiaggia; una robusta e solenne fortezza posta secoli fa a difesa del territorio contro le invasioni dei Saraceni e che non potei fare a meno di immortalare.


Credo di averlo constatato tante volte, ma non riesco mai a smettere di meravigliarmi di come sia quasi impossibile girare per il nostro splendido Paese senza scorgere in un angolo un pezzo di storia.
Dunque, dopo aver rievocato questo ricordo, mi ritrovo a ripassare alcune informazioni storiche su quel periodo, raffigurandomi le invasioni di Turchi e Saraceni che giungevano sulle coste pugliesi per conquistare e fare razzie, seminando il terrore tra le popolazioni locali. Tali scorrerie iniziarono già nell'VIII secolo e durarono fino all'anno 1000.
Per comprendere i motivi di tali scorrerie, occorre considerare che la Puglia si colloca in una particolare posizione geografica, essendo posta al centro del Mar Mediterraneo, per cui, inevitabilmente, è sempre stata un punto nevralgico nelle comunicazioni tra Oriente e Occidente, per tutto ciò che riguarda i traffici commerciali e le migrazioni. In virtù di tale ruolo centrale, la Puglia è divenuta nei secoli un punto di incontro tra culture, religioni, usi e costumi, ma anche terra di conquiste, razzie e distruzioni. In particolare, divenne lo scenario di una secolare lotta tra l’Islam e il Cristianesimo.
I Turchi e i Saraceni approdavano sul litorale pugliese non solo per desiderio di conquista e per compiere razzie, ma anche per motivi di strategia militare e per distruggere le basi commerciali e navali dell’Occidente. Nell'anno 840 Taranto fu la prima città a essere conquistata dai Saraceni, divenendo la principale base delle scorrerie nell'alto Adriatico. Nell'847 toccò a Bari essere conquistata, divenendo un vero e proprio emirato. Bari fu, poi, conquistata nell'871 dai Longobardi e nell'876 dai Bizantini e divenne il maggior centro politico, militare e commerciale dell'Impero romano d'Oriente, in Italia.


Per opporre un tentativo di difesa contro le continue invasioni, lungo il litorale pugliese venne costruito un imponente sistema di fortificazione composto da centinaia di torri con il compito di avvistare il nemico proveniente dal mare. Le torri erano, quindi, un primo baluardo difensivo per impedire agli invasori di espandersi sul territorio. E tra queste vi è proprio la bella Torre di Fiuzzi che, rispetto ad altre, si conserva ancora in ottimo stato.
Secondo gli storici, la presenza saracena in Puglia, pur comportando saccheggi e distruzione, apportò anche benessere e ricchezza, incentivando lo sviluppo dei rapporti con la Sicilia, l’Africa, l’Oriente e stimolando le attività marinare. Inoltre, non vi furono solo conflitti. Nella popolazione, infatti, si insediarono alcune comunità islamiche costituite soprattutto da maestranze operaie dotate di elevate capacità manuali e artigiane, in forza delle quali riuscirono a impiegarsi nell’edilizia, nella realizzazione di progetti di costruzione di cattedrali e palazzi, in cui fecero confluire il loro particolare gusto artistico. E l'influsso orientale si fece sentire anche in cucina, soprattutto in pasticceria con l'utilizzo di ingredienti e spezie di origine araba (cannella, miele, pasta di mandorle).
Nell'880 l'Imperatore Basilio I il Macedone decise di sottrarre ai Saraceni le terre pugliesi, inviando due eserciti e una flotta navale: la flotta bizantina bloccò la via del mare, sconfiggendo i musulmani e sottraendo Taranto al loro dominio. La sconfitta definitiva dei Saraceni avvenne nell'anno 1002, grazie all'intervento della flotta veneziana, guidata dal doge Pietro II Orseolo.


martedì 10 ottobre 2017

Novità letterarie – "Non devi dirlo a nessuno" di Riccardo Gazzaniga

L'inizio del periodo adolescenziale è, indubbiamente, un momento cruciale nella vita di una persona, un momento durante il quale ci si sente smarriti, si avverte il cambiamento in atto e si teme di non riuscire a comprenderlo e a dominarlo.
Riccardo Gazzaniga, scrittore genovese già vincitore nel 2013 del Premio Calvino con "A viso coperto", nel suo nuovo romanzo "Non devi dirlo a nessuno" (Edizioni Einaudi) cerca di indagare i sentimenti di un ragazzino che alla fine degli anni Ottanta si ritrova a crescere e ad affrontare tutti i problemi legati alla pubertà, alla scoperta del corpo e della sessualità. Un libro di formazione, ma anche un avvincente racconto ricco di tensione e atmosfere da thriller.


Luca Ferrari, di 13 anni, vive a Genova con i suoi genitori e il fratellino Giorgio, in un'atmosfera opprimente, abituato alle colate di cemento del quartiere di Sampierdarena. Ama giocare a calcio, ma sua madre, molto apprensiva, non gli permette di andare all'oratorio ("Non mi fido di quelli" diceva, riferendosi ai preti), né di unirsi alla squadra di calcio del quartiere, preoccupata che ciò possa influire negativamente sulle sue crisi di asma.
Ma ogni volta che la famiglia Ferrari si trasferisce a Lamon, piccolo paese situato su un altopiano tra le province di Belluno e Trento, per trascorrere le vacanze estive nella propria villetta, Luca rinasce: può correre in bicicletta, giocare a calcio con gli amici finalmente ritrovati, immergersi nel verde del bosco.
Eppure, l'estate del 1989, all'inizio apparentemente uguale alle altre, fa emergere un elemento disturbante, uno sguardo nel bosco, una figura che emerge dall'oscurità e che sembra fissare minacciosamente Luca e il suo fratellino, giunti tra gli alberi alla ricerca di un tasso. E l'ossessione per quello sguardo spinge Luca a cercare di scoprire chi possa essersi nascosto nel bosco, tra i racconti della nonna su folletti dispettosi e un abitante di Lamon accusato anni prima di aver rapito un bambino e poi scomparso nel nulla; tra le indiscrezioni raccolte ascoltando di nascosto i discorsi dei genitori e le strane sensazioni vissute quattro anni prima, quando i carabinieri venivano a citofonare a casa loro a Genova per sincerarsi che tutto fosse a posto.
Non mancano i colpi di scena (che ovviamente non svelerò) legati alle scoperte di Luca, che si ritrova a frugare tra le carte del padre magistrato, per poi rendersi conto che quanto avvenuto nel passato sembra ancora minacciare il presente.


Questi eventi giustamente appaiono a Luca come insormontabili, fin troppo grandi per la sua età, ma non possono, però, fargli dimenticare che, nonostante tutto, è ancora un ragazzino che deve affrontare sensazioni e scoperte legate al suo corpo, vissute con quella ingenuità priva di malizia, che oggi ci sembra così strana, e con tanti sensi di colpa (il terrore per il giornalino rubato in edicola). Nel vivere queste sensazioni, si accompagna ai suoi amici, personaggi ben definiti e caratterizzati all'interno del romanzo: Alessio, un po' fanfarone, assai estroverso e molto legato a Luca; Marica, infatuata di Luca e leggermente egocentrica; Chiara di cui Luca è innamorato, più timida della sua amica Marica, ma anche più matura; Samuele un "bello e irraggiungibile", che conquista Chiara e tratta Luca con distacco e quasi con disprezzo; David, grosso e bonaccione. E con loro Luca affronta paure e complessi di inferiorità, cercando di crescere e maturare.
Molto bello e ben delineato nel racconto è anche il rapporto tra i due fratelli Luca e Giorgio, fatto di complicità e anche di senso di protezione. Giorgio, appena nato, ha avuto parecchi problemi di salute, avendo subito un lungo intervento all'intestino. Da piccolo è stato, quindi, strappato alla morte per un soffio, come racconta spesso nonna Ada. E Luca, molto affezionato al fratello, vuole a tutti i costi evitare che la morte possa tornare di nuovo indietro a riprenderselo.
Particolare è pure la descrizione del paese di Lamon, che fa da scenario a questa storia, un luogo che sembra un mondo a parte e la cui comunità tutto vede, tutto sa e tutto giudica; in cui anche le bestemmie assumono una connotazione singolare e dove la coltivazione e produzione di fagioli viene difesa a tutti i costi dall'invasione dei forestieri: "Dopo il raccolto fuori dalle case spuntavano cartelli con scritto "Qui fagioli" e ognuno smerciava i suoi. Per questo i lamonesi non sopportavano i foresti che cercavano di spacciare fagioli di altre zone per prodotti del loro altopiano. Francesco Cotoletta, lo zio di David, era famoso per aver rovesciato tutti i sacchi di fagioli di un ambulante di Venezia urlandogli: "Pensa alle gondoe, ma i fasòi làgheli star, dioscatenato!"".
"Non devi dirlo a nessuno" è, dunque, un bel romanzo, tenero e commovente, ma nello stesso tempo avvincente e pieno di mistero, realizzato con un stile semplice e immediato che cerca, in diversi momenti, di riprodurre il linguaggio giovanile senza cadere in fastidiosi stereotipi. Un romanzo che ha anche avuto il merito di avermi fatto rivivere la nostalgia degli anni Ottanta, con quei mitici personaggi richiamati spesso nei discorsi dei ragazzi: "Tirò fuori l'arma segreta che si era procurato al minimarket vicino a casa dei nonni: un tubetto di Gommina Simmons. Impiastricciò di gel i capelli ancora bagnati cercando di farsi dei riccioletti. Avrebbe voluto somigliare a Kirk Cameron, ma il risultato fu un inquietante mix tra Little Tony e Mirko dei Bee Hive". Atmosfere di altri tempi ...


domenica 8 ottobre 2017

La principessa e il calzolaio

"C'era una volta in un regno non molto lontano", è questa la frase con cui ogni classica fiaba che si rispetti ha inizio. E la fiaba scritta da Emanuela Contran dal titolo "Il re calzolaio" non è da meno, anche se nel prosieguo si discosta un po' dal classico racconto fiabesco.
La sua protagonista è una bella e giovane principessa che sembra davvero possedere tutto, al punto che non desidera più nemmeno uscire dalla sua stanza. Eppure, non sembra davvero così soddisfatta di tutto ciò che ha, avvolta com'è da un velo di malinconia e apatia.
Il re, suo padre, vuol provare a farla uscire da tale apatia cercando un compagno che sia alla sua altezza. Egli sembra molto sicuro di sé, convinto di sapere davvero ciò che la figlia realmente desidera e quale uomo sia veramente alla sua altezza. E ovviamente la strada che i pretendenti dovranno percorrere per arrivare a chiedere la sua mano sarà diversa a seconda del ceto di appartenenza e della ricchezza posseduta: una strada diritta e agevole per i principi, tortuosa e irta di ostacoli per i giovani incoscienti popolani.


A quel punto il vero eroe della fiaba si materializza. A prima vista non sembra avere le caratteristiche del classico eroe, se lo si guarda con i soliti schemi mentali: non il maestoso e aitante principe in groppa ad un cavallo bianco, ma un giovane calzolaio dinoccolato che sembra inciampare a ogni passo. Eppure la sua forza d'animo, che solo apparentemente e simbolicamente sembra provenire dalle "magiche" calzature che sostituiscono le gambe perse anni prima, gli è di grande aiuto nel superare ogni ostacolo, arrivando a infondere persino fiducia nei "mostri" che gli si parano di fronte. Fino a conquistare il cuore della principessa, che, quindi, comprenderà i suoi errori e vorrà sentire, finalmente, il mondo a modo suo, libera da condizionamenti.
Quella di Emanuela Contran è, dunque, una bella fiaba contro i pregiudizi e la paura della diversità, che si può sconfiggere solo avendo fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Perché, come dice il calzolaio, "E poi a noi che importa di come la gente ci vede? Noi siamo qui e abbiamo una vita da vivere, da godere. Una vita bella, che vale la pena di essere vissuta al meglio".

sabato 30 settembre 2017

Itinerari – Serate letterarie estive a Castel Sant'Angelo

L'autunno ha ormai fatto il suo ingresso da pochi giorni, anche se bisogna ammettere che, almeno qui a Roma, ce ne stiamo accorgendo poco, con un clima ancora temperato, accompagnato da una lieve brezza serale. La tipica nostalgia autunnale è, dunque, ancora un po' lontana dall'invadere queste tranquille giornate di fine settembre e inizio ottobre, sebbene l'oscurità stia iniziando sempre più presto ad affacciarsi mandando a riposo la confortante luce pomeridiana.
È arrivato, comunque, il momento di archiviare itinerari, foto, ricordi e impressioni di questa calorosa estate romana.  Calorosa, ma molto interessante dal punto di vista culturale.
Roma è notoriamente una città con mille problemi, difetti, contraddizioni, ma ha un pregio unico e innegabile, ti consente di attraversare luoghi fuori dall'ordinario, di immergerti in atmosfere che inevitabilmente richiamano alla mente memorie ed eventi di una storia millenaria, finendo per travolgerti con le sue suggestioni artistiche e letterarie in vari angoli della città.
E così questa estate abbiamo varcato più volte i cancelli dei Giardini di Castel Sant'Angelo, quel meraviglioso monumento che l'imperatore Adriano fece iniziare a costruire nel 125 d.C. quale suo mausoleo funebre, ispirandosi al mausoleo di Augusto, e che fu ultimato da Antonino Pio nel 139.


I Giardini, infatti, tra il 27 luglio e il 6 settembre, sono stati la splendida cornice di una storica iniziativa letteraria, "Letture d'Estate lungo il fiume e tra gli alberi" che dal 1986 promuove i libri e la lettura. In questa edizione hanno preso parte sette librerie romane che con le proprie isole hanno creato un'immensa libreria a cielo aperto, un vero paradiso per gli amanti dei libri. Numerosi gli eventi organizzati con molti scrittori invitati a parlare delle proprie opere (tra cui Diego De Silva e Loredana Lipperini).
L'occasione per scoprire finalmente questa bellissima iniziativa ci è stata data dallo scrittore Filippo Nicosia che, nel presentare il suo romanzo d'esordio "Un'invincibile estate" (Giunti Editore), ha parlato in modo assai coinvolgente di sogni e ambizioni giovanili di ragazzi del Sud, fornendo interessanti spunti di letteratura. "Un'invincibile estate" è una lettura che mi ha piacevolmente accompagnato nei primi giorni di agosto e di cui parlerò a breve nel blog.
Una sorprendente serata è stata quella del trio formato dai cantanti e attori Maria Cristina Gionta, Pierfrancesco Mazzoni ed Emiliano Ottaviani, che hanno realizzato con grande maestria un itinerario poetico, letterario e musicale dal titolo "Ti odio ... amore mio!", alla scoperta dei sentimenti di amore e attrazione, con brani di Trilussa, Jacques Prevert, Natalia Aspesi, Stefano Benni, Virgilio, Catullo e canzoni di Gino Paolo, Tony Renis, Vinicio Capossela, Nada.


Tutti e tre gli artisti hanno dato prova di una rara versatilità, sospesi tra la poeticità, l'ironia tagliente, il dramma e il sentimento. Riporto la bella e ironica poesia di Stefano Benni recitata quella sera:
"Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà  l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanc**o"

L'iniziativa ha vinto il bando Estate Romana per il triennio 2017/2019, per cui l'appuntamento è alla prossima estate.


domenica 24 settembre 2017

Novità letterarie – "La logica del mammifero" di Paolo Vitaliano Pizzato

Fino a che punto il dolore di un passato che continua a tormentare può condizionare la vita futura e produrre i suoi nefasti effetti sulle scelte quotidiane? Perché prima di compiere il male non si pensa mai a quali inevitabili conseguenze si possano determinare sugli altri? Sono queste le insidiose domande che suscita la lettura del romanzo "La logica del mammifero" (Prospero Editore) dello scrittore milanese Paolo Vitaliano Pizzato. Domande alle quali si tenta di dare risposte mai definitive.
Quella narrata ne "La logica del mammifero" è una storia difficile, attraversata da un'amarezza di fondo e da un continuo senso di impotenza. Non c'è alcun intento di accarezzare o consolare il lettore, né di redimere o salvare, ma di coinvolgere e indurre a riflettere. È una storia, dunque, alla quale ci si avvicina con delicatezza, in punta di piedi, nella consapevolezza che il dolore non può essere giudicato, può al limite essere compreso, anche se non pienamente.
Il dolore è il nucleo centrale della vicenda di Clarissa, che è poco più di una bambina quando sua madre mostra di non avere più alcuna intenzione di prendersi cura di lei e dei suoi fratelli Jacques e Alphonse. A quel punto, quella di Clarissa, abbandonata e lasciata in balia di un padre ubriacone e violento, diviene un'esistenza infernale, fatta di botte e continue umiliazioni, oltre alla privazione di tutto ciò che è indispensabile per la sua crescita e il suo benessere fisico e mentale.


Tale vicenda è intessuta attraverso una scrittura precisa e accurata, che avvolge il lettore con la ricchezza di un impianto narrativo solido, basato su fitti dialoghi, descrizioni dettagliate degli ambienti in cui si svolgono le vicende quotidiane, e su di un'ammirevole attenzione ai particolari. Una scrittura che non perde mai di fluidità, pur con una narrazione che si muove spesso avanti e indietro nel corso degli anni, ripercorrendo un vasto periodo che va dalla seconda guerra mondiale al primo decennio del duemila.
Il romanzo si divide in due parti. La prima parte si concentra essenzialmente sulle vicende, ambientate in Francia, di Clarissa bambina e adolescente, sulle violenze fisiche subite e sul senso di vergogna che lei continuamente provava per la miseria in cui era costretta a vivere, indotta dal padre a rubare e a vivere di espedienti: "Era qualcosa di più oscuro, che aveva a che fare con il nostro destino. Tutti, ragazzi, adulti, amici, semplici conoscenti, bottegai, colleghi di lavoro di mio padre, ci guardavano con sospetto e diffidenza. Era come se le altre persone riuscissero a vedere, attraverso noi e al di là dei giorni, dei mesi e degli anni che con trepidazione vedevamo scorrere, il nostro futuro già scritto".
Dunque, Clarissa vede continuamente negli occhi altrui una condanna inesorabile, come se fosse impossibile poter cambiare il suo destino di miseria e vergogna. Ciò che la intristisce ancor di più, tuttavia, è il dover constatare che i suoi fratelli non hanno alcuna reazione di fronte a tale miserevole situazione, come se si fossero arresi, come se fossero morti dentro. Convinti, anzi, che sia la sorella a esagerare e a ingigantire il tutto.
Il padre avverte la vergogna di Clarissa e questo lo porta a odiarla e a trattarla anche peggio rispetto ai fratelli. Forse perché la consapevolezza di Clarissa, con la sua intelligenza e la capacità di capire "tutto al volo", è come uno specchio in cui lui è costretto a riflettersi e a vedere la propria malvagità e miseria umana. E ciò per lui è intollerabile.
Quando il fratello maggiore Jacques si fidanza con Georgette, la reazione di Clarissa, ormai da tempo fuggita di casa, è un misto di delusione e di rabbia incontrollabile. Non riesce, infatti, a tollerare che suo fratello, solo dopo aver incontrato Georgette, abbia iniziato a vergognarsi per la miserevole vita cui il padre lo aveva costretto, voltando così le spalle ai suoi fratelli. E tale rabbia finisce per scaricarsi su Georgette, aggredita e quasi uccisa da Clarissa in una concitata scena di lotta tra le due donne.
Nella seconda parte viene descritto l'arrivo di Clarissa in Italia, la sua lotta per non affondare, i lavori per mantenersi, alle dipendenze di datori sfruttatori. E, poi, la nascita di suo figlio Lorenzo, dopo numerosi aborti e il desiderio di non diventare madre perché "mettere al mondo un figlio sarebbe esattamente questo; legare alla macchina dispensatrice di morte una nuova vittima, perpetuare quell'assurdo, sanguinario rituale".


Una volta nato suo figlio, Clarissa si pone fermamente l'obiettivo di porlo al riparo da tutta la miseria che lei ha dovuto subire. Nel gestire il suo ruolo di madre, tuttavia, non può affidarsi a modelli o riferimenti affettivi, non ha esempi di amore su cui basarsi e con cui condurre in maniera equilibrata il suo rapporto con Lorenzo, detto Cico. Questi esempi lei non li ha mai avuti. C'è solo l'ossessiva idea di dignità e di rispetto, il tentativo di evitare che gli altri sappiano che lei e suo figlio devono lottare quotidianamente con la mancanza di soldi e con i debiti che si accumulano. E così Cico frequenta una scuola privata per benestanti, veste bene, non gli manca nulla, è circondato da un'illusione di ricchezza e benessere, mentre Clarissa è costretta a ricorrere a usurai e a prestiti da rimborsare con immensa fatica, ogni volta che un ostacolo si frappone sul suo cammino, che sia la perdita del lavoro o una costosa operazione dentistica.
Il rapporto tra Clarissa e Lorenzo è complesso, fatto di incomprensioni e muri, con il ragazzo che di fronte all'insorgere delle difficoltà non sa bene come reagire, timoroso di perdere ciò che ha sempre avuto e la madre che non tollera i suoi timori, ma vuole semplicemente essere compresa nelle sue scelte di vita e non esita a ricordare i motivi che sono alla base di tutte le sue azioni.
Sono numerosi i modelli letterari di riferimento dell'autore, classici, antichi, contemporanei, spesso citati tramite le letture di Lorenzo che considera i libri il suo "rifugio nei momenti tristi. E un'inesauribile fonte di gioia in tutti gli altri giorni". Mi colpisce, in particolare, il riferimento a Marziale che "guardava gli uomini, cercando in ognuno di essi un motivo per amarli, una ragione per farlo, ma per quanto cercasse non trovava nulla, e al suo cuore, colmo di amarezza, non rimase altra strada che quella dell'invettiva, della denuncia". La stessa amarezza che Clarissa ha provato molto spesso e che l'ha portata a fare certe scelte di vita.
E, poi, Dickens, il miglior creatore di personaggi secondo Chesterton, un grande scrittore le cui pagine prendono vita non appena compaiono i suoi personaggi. E, in un certo senso, molti personaggi de "La logica del mammifero" hanno qualcosa di dickensiano, compaiono nella vita di Clarissa e Lorenzo, cercando di portare una luce, una speranza, una svolta. Come Marion, la buona signora che vive di espedienti e furti e che accoglie la giovane Clarissa fuggita dal padre; gli amici Goffredo e Pilar Torres che sostengono Clarissa quando ha bisogno di aiuto o di affetto; la vicepreside Bonini che accoglie Lorenzo nella scuola e rappresenta, con il suo sorriso benevolo, l'anima dell'istituto; Dante, il miglior amico di Lorenzo e forse colui che più di tutti cerca di aprirgli gli occhi sulla realtà che lo circonda.
Sono, dunque, tanti i personaggi, definiti, scolpiti, che intrecciano le loro vite in un destino inesorabile che non risparmia i suoi fendenti. E la forza di questo romanzo è di rendere, con efficacia e senza eccessiva enfasi, l'incedere di tale destino nelle sue vicende quotidiane, un destino contrassegnato da un dolore ineluttabile, ma anche dalla ricerca di piccoli segnali di speranza.